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By Alfred. Jarry

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Stupito, sollevai la testa al di sopra della maschera orizzontale e guardai in su: la macchina volante era scomparsa e probabilmente vagava da qualche parte alle nostre spalle insieme ai vagoni abbandonati. Eppure, come diceva il caporale, andava tutto bene; il tachimetro, che gli oscillava contro la guancia, continuava a segnare un andamento uniformemente accelerato, da tempo superiore ai trecento chilometri orari. La curva si stagliava all’orizzonte. Era una grande torre a cielo aperto, a forma di tronco di cono, con una base di duecento metri di diametro e alta cento.

Del resto la corsa si chiamava corsa del moto perpetuo! William Elson ci spiegò più tardi che la rigidità del cadavere - che mi pare chiamasse rigor mortis – non significa assolutamente niente e cede al primo tentativo di spezzarla. Quanto alla putrefazione subitanea, ammise di non sapere egli stesso a che cosa attribuirla... forse, disse, alla secrezione eccezionalmente abbondante di tossine muscolari. Ecco quindi il nostro Jewey Jacobs che pedala, in un primo momento di malavoglia, senza che si possa vedere se fa delle smorfie, il volto ancora nascosto sotto la maschera.

Contro chi corre questa squadra? – disse Marcueil. – Contro un treno – disse Arthur Gough. – E oso affermare che la mia locomotiva raggiungerà velocità mai sognate finora. – Ah...? E su quale distanza? – chiese Marcueil. – Diecimila miglia – disse Arthur Gough. – Milleseicentonovantatré chilometri e duecento metri – spiegò William Elson. – Numeri simili non significano più nulla – constatò Henriette. – Più lontano che da Parigi al mar del Giappone - precisò Arthur Gough. – Siccome tra Parigi e Vladivostok non ci sono diecimila miglia esatte, giriamo a due terzi della strada, fra Irkutsk e Stryensk.

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